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Da Seattle a Copenaghen


13 January, 2010

Left

Tutto comincia il 1° gennaio 1994. Quel giorno la sollevazione delle popolazioni del Chiapas apre una nuova era nella riflessione dei movimenti sociali a livello mondiale. Non a caso la data scelta dagli zapatisti per l'insurrezione coincise con l'entrata in vigore del NAFTA (North American Free Trade Agreement, il trattato di libero scambio tra USA, Messico e Canada). Gli zapatisti, rivolgendosi alle autorità messicane, dichiararono: "Quello che per voi costituisce un grande successo , l'accesso del Messico al primo mondo, costituisce per noi una sentenza di morte". Non era l'ultimo capitolo di una lotta di liberazione contro il neocolonialismo, ma un ponte tra le lotte dell'Otto/Novecento e i grandi movimenti del nuovo millennio.La lotta per l'affermazione dei diritti di una piccola comunità indigena si dimostrò capace di parlare un linguaggio globale e di individuare simboli universali.
Un decennio dopo tutta l'America Latina insorgeva contro il tentativo degli Stati Uniti di imporre l'ALCA, l'estensione a tutto il continente americano della logica liberista anticipata dal NAFTA. Ma intanto erano trascorsi anni densi di avvenimenti, si erano sviluppati grandi movimenti che in quel continente avevano contribuito a cambiare la geografia politica e resero possibile non solo la resistenza all'ALCA, ma anche la nascita, in contrapposizione all'accordo capestro targato USA, dell'ALBA, l'ALternativa Bolivariana per le Americhe. Nel novembre del 1999 a Seattle, migliaia di giovani provenienti dai movimenti sociali e dalle organizzazioni dei diritti umani, insieme ad un settore importante dei sindacati statunitensi, organizzavano la rivolta contro l'WTO, l'Organizzazione Mondiale del Commercio. Una sinergia inedita che univa la posizione protezionista dei sindacati USA con i movimenti antiliberisti che in tutto il mondo contrastavano le politiche del WTO, della Banca Mondiale (BM) e del Fondo Monetario Internazionale (IFM).

Da Porto Alegre a Genova

Ma è nel gennaio del 2001, con il primo Forum Sociale Mondiale (FSM) a Porto Alegre, organizzato dall'incontro tra i grandi movimenti brasiliani e il gruppo di attivisti francesi raccolti attorno a Le Monde Diplomatique, che emerge la ricchezza e la capacità di elaborazione delle posizioni antiliberiste. Le decine di migliaia di delegati che provengono principalmente dall'America Latina e dall'Europa, ma con delegazioni anche dall'Africa e dall'Asia, partendo dalla consapevolezza che "il mondo è un villaggio globale" cominciano a porre le basi di un'elaborazione altermondialista che, con uno sguardo a 360°, assume su di sé la responsabilità delle sorti del Pianeta. Nel luglio 2001 a Genova, in occasione del G8, vengono organizzate quattro giornate di dibattiti e confronti: è il primo Forum Sociale che si svolge in Europa.
Non se ne parlerà quasi; di quelle giornate rimarranno nella memoria collettiva solo le immagini degli scontri e della feroce repressione. Eppure per la prima volta decine di migliaia di persone, per lo più giovani, hanno potuto discutere con Susan George di Attac Francia, Walden Bello sociologo filippino instancabile animatore dei movimenti antiliberisti nel sud del mondo, Marina Dos Santos dei Sem Terra, Nicola Bullard della rete Focus on The Global South , Aurora Doloso ecuadoriana coordinatrice di molte campagne sul debito ecologico e sociale del Nord verso il Sud , Oronto Douglas, avvocato di Ken Saro Wiwa, attivista impegnato contro le multinazionali del petrolio nel delta del Niger, Krtadhivananda rappresentante indiano del Proutist Universal impegnato nella lotta alla povertà e decine di altri attivisti proveniente da ogni parte del mondo.Sono oltre settecento le associazioni italiane che hanno aderito al GSF, dall'Arci al Gruppo Abele, dalla Lila a Lilliput, da Legambiente a i Beati i Costruttori di Pace, da Libera all'Associazione antirazzista 3 febbraio fino ai Focolarini passando attraverso i sindacati di base, la FIOM , l'area Lavoro e Società della CGIL e molti centri sociali.Genova non sorge dal nulla.
In Italia il movimento affonda le radici nella seconda metà degli anni'80, quando decine di migliaia di persone abbandonano delusi e bruciati dalle sconfitte la militanza politica tradizionale. Quelli che non rifluiscono nel privato proseguono la propria militanza nel sociale, concorrono ad animare centinaia di associazioni di volontariato, cooperative, organizzazioni non governative e qui s'incontrano con chi proviene da ambienti cattolici o da specifiche esperienze professionali e non era mai stato coinvolto in precedenti militanze politiche. Alla militanza complessiva, tipica dei decenni passati, si sostituiscono percorsi di crescita e di formazione in campi specifici, si sviluppano competenze settoriali anche di alto profilo.
Gran parte del mondo giovanile corre ad ingrossare le fila dell'associazionismo, alla fiducia nelle grandi ideologie liberatorie otto-novecentesce si sostituisce un impegno pragmatico, sorretto da motivazioni di natura etica e da un forte bisogno di coerenza; il "fare" diviene la misura dell'efficacia della propria azione. Ma con il trascorrere degli anni l'approccio settoriale inizia ad apparire inadeguato, inefficace rispetto agli obiettivi. La politica riacquista una centralità, ma è una politica molto diversa dal passato e molto lontana dai partiti e dal loro orizzonte nazionale; l'accento è posto sulle grandi questioni epocali, cresce la consapevolezza di come il potere sia meno facilmente identificabile, più accentrato ma anche più diffuso, spesso sfuggente ai confini nazionali e sovrastante le decisioni dei parlamenti. Il GSF nasce proprio dall'incontro di una parte significativa dell'associazionismo con realtà di attivismo politico che, spesso in grande solitudine, avevano cercato di reggere la sbornia liberista. La repressione non stronca il movimento, ma...
In pochi mesi il movimento svolge una vera e propria opera di alfabetizzazione accelerata dei media e dell'opinione pubblica italiana; le tematiche della globalizzazione, la lotta per la cancellazione del debito, contro la povertà, per l'accesso ai farmaci, contro la produzione della armi, per la Tobin Tax...cominciano a comparire nelle pagine dei quotidiani, dei periodici, e nei servizi televisivi. Le inchieste di Famiglia Cristiana rendono conto di questo successo. La repressione, le torture, l'uccisione di Carlo, la violenza utilizzata dalle forze dell'ordine come non si era mai visto nel dopoguerra in Europa occidentale, rappresentano il tentativo del potere, non solo italiano, di stroncare con la forza e con il monopolio dell'informazione un movimento che sta crescendo in tutto il mondo.
Il movimento, pagando un prezzo altissimo, che ha nell'uccisione di Carlo un punto di non ritorno, riesce a smontare, attraverso le migliaia di occhi tecnologici presenti a Genova, la verità preconfezionata dal governo; ed infatti i processi, che solo molti anni dopo arriveranno alle sentenze di primo grado, riconosceranno come vere la ricostruzione dei fatti raccontate dalle vittime, coincidenti con quanto ampiamente sostenuto nel 2001 dal GSF. Ciò nonostante non vi sarà giustizia, le pene colpiscono solo l'ultimo anello delle forze dell'ordine e sono irrisorie, i responsabili dell'ordine pubblico, anche con la complicità del PD, vengono promossi ai vertici delle forze dell'ordine e dei servizi segreti, mentre con la complicità dell' IDV viene definitivamente sotterrata la commissione parlamentare d'inchiesta.
Il movimento italiano non viene quindi distrutto a Genova e, almeno inizialmente, conserva la propria unità. Ma la repressione giudiziaria, lo obbliga ad impegnare gran parte delle risorse umane ed economiche per reggere l'impatto delle inchieste giudiziarie, per difendersi dalle continue accuse e strumentalizzazioni e su questo terreno, imposto dall'avversario, una parte del mondo cattolico, che aveva aderito al GSF, esprime grande difficoltà nel mantenere un percorso unitario.
Contemporaneamente il movimento è obbligato a riempire il vuoto lasciato da un'inesistente opposizione parlamentare al governo Berlusconi di allora, in tal modo viene risucchiato spesso nello scontro su elementi contingenti del dibattito nazionale con una modifica significativa della propria misssion originaria.

Un movimento ormai mondiale

L'11 settembre 2001 mi sorprende a Porto Alegre dove, come testimonial, insieme a Perez Esquivel, premio nobel per la pace, sto per annunciare che nel gennaio 2002 si svolgerà il 2° FSM. Quando arriva la notizia dell'attentato alle due torri la reazione di tutti noi è immediata: da quel momento è chiaro che chiunque si opporrà all'ordine costituito verrà accusato di fiancheggiamento del terrorismo. Ciò nonostante il movimento cresce in tutto il mondo; a Firenze, nel novembre 2002 durante il 1° Forum Sociale Europeo, assistiamo ad una significativa sistematizzazione del pensiero altermondialista: si sviluppa la riflessione sui beni comuni, sulla difesa dell'acqua pubblica, sulla finitezza delle risorse, si afferma la necessaria concordanza tra fini e mezzi, si sceglie la nonviolenza e si colloca la guerra fuori dalla Storia, "senza se e senza ma." Al milione di manifestanti che chiude il Forum fiorentino segue la manifestazione di tre milioni di persone il 15 febbraio 2003, quando in tutto il mondo oltre 100 milioni di persone riempiranno le piazze contro la guerra.La crescita del movimento è impetuosa; i FSM di Mumbay, di Nairobi e ancora di Porto Alegre, insieme ai forum tematici e regionali organizzati in ogni continente, dimostrano che ormai il movimento ha definitivamente superato la sua origine occidentale, latinoamericana/europea. Ad esempio Roppa, una delle principali organizzazioni dei contadini africani, e i movimenti dei dalit indiani sono parte integrante e anzi talvolta motore del FSM, il quale, dopo un ampio e complesso dibattito, modifica la sua stessa natura. Non solo un ambito di confronto come inizialmente previsto dalla Carta dei principi di Porto Alegre, ma anche uno spazio per l' organizzazione di campagne e vertenze internazionali.
Il Consiglio Internazionale del FSM si amplia fino a comprendere tutti i principali movimenti del pianeta a fianco del sindacato e della Caritas internazionale che vi rimangono come osservatori.In America Latina la forza dei movimenti intercetta una società politica di sinistra attenta alle dinamiche sociali; i movimenti modificano in profondità il pensiero dei gruppi dirigenti della sinistra e diventano parte fondante delle vittorie elettorali che spingono oggi quel continente verso il socialismo del XXI secolo.In Africa la diversa natura dei movimenti, un neocolonialismo mai concluso e l'assenza di una qualunque tradizione e credibilità dello Stato/nazione assegnano ai movimenti un ruolo differente, ma non meno importante, e l'opposizione al neoliberismo si concretizza ad esempio nella contestazione agli EPA, gli Economic Partnership Agreement attraverso i quali l'UE, su indicazione del WTO, si appresta all'ennesima rapina liberista in quel continente.Le difficoltà del movimento italianoDecisamente più complessa la situazione in Italia; la leadership della sinistra politica ha ritenuto che la forza accumulata dal movimento fosse sufficiente per spostare sensibilmente l'asse politico della coalizione del centrosinistra e che quindi una volta raggiunto il governo il compito del movimento fosse esaurito.
Il campo andava lasciato all'azione della sinistra rappresentata nel governo Prodi. Un errore strategico enorme che amplificò le divisioni interne al movimento e che rese ancora più debole la stessa sinistra di governo, vanificandone totalmente l'azione. Contemporaneamente nel movimento si concretizzò un errore speculare: le adesioni alle varie iniziative venivano selezionate in base al comportamento che le singole aree di movimento avevano assunto verso l'esecutivo; a differenza dei movimenti brasiliani, che pur dividendosi sull'operato di Lula, riuscirono comunque a costruire una piattaforma condivisa. In Italia non vi fu questa capacità. Ognuno preferì la strada più semplice ma anche la meno efficace: tornare ad indossare i propri precedenti abiti e limitarsi a lavorare sul proprio specifico. L'altra faccia delle medaglia è che molti, non avendo una casacca particolare da indossare, se ne sono tornati a casa propria, spesso a fronteggiare da soli la drammaticità della crisi.Una crisi che il movimento antiliberista aveva previsto da tempo (sarebbe sufficiente rileggere gli articoli di Walden Bello del 2001) ma che ciò nonostante, almeno in Italia, non ci ha trovato pronti ad affrontarla.Non sarebbe stato difficile capire che la crisi avrebbe colpito principalmente i settori più deboli della società , coloro che vivono del proprio lavoro senza riserve alla quali attingere; a loro avremmo dovuto rivolgerci negli anni passati, cercando di individuare una base sociale capace di appropriarsi delle tematiche del movimento; non siamo riusciti a rendere espliciti e facilmente comprensibili a livello di massa i legami tra il divario nord/sud, la lotta alla povertà e alla fame, l'opposizione alla guerra e le condizioni del mercato del lavoro e di vita delle classi popolari nel nostro Paese.Non siamo riusciti, anche per le difficoltà oggettive precedentemente illustrate, e al momento opportuno siamo parsi come distanti, quasi sovrastrutturali, incapaci di rapportarci con la materialità della vita quotidiana.
Oggi in Italia in ogni città è possibile rintracciare vertenze e lotte riconducibili alle tematiche del movimento altermondialista, ma il percorso per ricostruire un "sentire" comune, per riannodare i tanti nodi della rete è ancora estremamente incerto e lungo.Copenaghen non è solo "ambiente"La finitezza delle risorse, la necessità di una modifica quantitativa e qualitativa dei consumi, di una redistribuzione planetaria dei profitti, l'avvio di una riflessione sui temi della decrescita e l'inasprirsi del conflitto sui beni comuni, innanzitutto acqua e terra, occupano il centro dell'azione e del dibattito del movimento a livello mondiale. L'opposizione alla guerra come strumento finalizzato all'accaparramento delle risorse energetiche si accompagna all'opposizione ai biocombustibili, considerati dai movimenti come l'ennesimo strumento per una politica neocoloniale destinata a far aumentare la fame nell'emisfero sud e a perpetuare il medesimo modello di sviluppo.
Quello stesso sviluppo che le scorse settimane è stato contestato a Copenaghen; sbaglierebbe chi volesse ridurre le mobilitazioni di quei giorni a manifestazioni del classico movimento ambientalista conosciuto nei decenni passati.Le mobilitazioni danesi rappresentano uno degli odierni principali terreni di contrasto del movimento antiliberista/altermondialista, l'impegno contro i cambiamenti climatici non è altro che uno dei paradigmi nei quali oggi s'incarna la lotta per un "altro mondo possibile".


Vittorio Agnoletto, già portavoce del GSF a Genova, e membro del Consiglio Internazionale del FSM




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